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Ex chiesa di San CarpoforoVia Formentini 10, Milano

22 dicembre 2022, ore 17


Gianluca Verlingieri
imaginActions, per violoncello solo (2008-2016)

Sonia Bo
Intermezzo, per violoncello solo (2007)

Aram Khachaturian
Sonata – Fantasia, per violoncello solo (1974)

Sandra Conte
Terra, per violoncello solo (2010)

Giuseppe Colardo
Echi narranti, per violoncello solo (2016)

Mauro Longari
Come sull’abbaglio, per violoncello solo (2000)

Luca Colardo
Preludio, Fantasia e Capriccio, per violoncello solo (2022, prima esecuzione assoluta)

 

 

Icarus vs Muzak

Luca Colardo, violoncello

Esiste un suono originario? Esiste un substrato ancestrale cui attingono le diverse culture e tradizioni musicali? Sicuramente possiamo affermare che in quasi tutte le civiltà musicali è presente il canto come forma più semplice e spontanea di espressione umana, canto che, se non possiamo dire con certezza se attinga ad un suono originario, tuttavia, in molti casi, si dipana e si dispiega a partire da un suono originante. Tutti i brani degli autori proposti nel programma indagano questo rapporto primigenio tra il canto e il suono, sia che si tratti di un suono pedale, di un bordone o di una corda di recita, con uno sguardo rivolto al passato e alle tradizioni popolari europee, asiatiche e africane.

In imaginActions, scritto in memoriam György Ligeti, Gianluca Verlingieri reinterpreta il profilo melodico salmodiante di una melodia popolare francese del XVII sec., costruita attorno ad una repercussio, utilizzando come centri di gravità armonica le corde vuote del violoncello dalle quali riemergono i frammenti della linea popolare interrotti e sovrastati dall’irruzione di timbri e gesti materici, in una continua dialettica tra il desiderio di sfogo del canto e la sua brutale repressione.

Nel brano di Sonia Bo, Intermezzo, scritto nel 2007 per la rassegna “Poesia chiama musica” e dedicato al figlio Luca, il canto, invece, emerge soltanto a tratti, sporadicamente, come canto sospeso, esile e trasfigurato, come piccole oasi eveanescenti, miraggi di un deserto infuocato e ostile, sorprendentemente implacabile nella sua veemenza.

Unico brano di repertorio, malgrado sia poco conosciuto e poco eseguito dal vivo, quantomeno in Europa, la Sonata-Fantasia di Aram Khachaturian, in un unico movimento senza soluzione di continuità, presenta un legame molto forte con la sua terra d’origine. Il compositore armeno, in uno stile tipicamente sovietico, dunque grave e austero, riutilizza ed elabora delle melodie caucasiche delle quali, con grande sapienza compositiva, mette in risalto la tipica inflessione lamentosa che si dispiega anch’essa a partire da una nota pedale. A questo disegno melodico del lamento si inseriscono e si contrappongono degli elementi ritmici reiterati e variati che sfociano per ben due volte in una vera e propria danza (Allegro giocoso) dal carattere squisitamente popolare e brillante per concludersi, come nella miglior tradizione concertistica, in un finale che dà sfoggio del virtuosismo strumentale per acquisire una dimensione sinfonica solenne e grandiosa dalla sonorità roboante.

Anche in Terra di Sandra Conte, il topos del lamento si presenta fin dall’incipit in tutta la sua grave e tellurica maestà, quasi a rappresentare il lugubre canto di una terra ferita e violentata da un’umanità che ha dimenticato la sua origine e la sua appartenenza. Il brano, del 2010, era stato scritto originariamente per viola d’amore e poi riadattato per violoncello con accordatura della terza e quarta corda una terza minore sotto, così da rendere il timbro dello strumento ancora più scuro e profondo.

In Echi narranti, scritto nel 2016 ed eseguito in prima esecuzione assoluta al Museo del Novecento di Milano il 19 marzo 2017 da suo figlio Luca cui è dedicato, Giuseppe Colardo reinterpreta e indaga in maniera del tutto personale il rapporto tra canto e suono: in un pezzo molto articolato, concepito come una grande cadenza dalle caratteristiche tecniche trascendentali, piccoli frammenti melodici, come echi e reminiscenze di un passato indefinito, emergono e riemergono fluttuanti attraverso una gestualità strumentale costituita da improvvisi slanci che gradualmente si affievoliscono.

Il brano di Mauro Longari, Come sull’abbaglio, commissionato nell’anno 2000 dalla rassegna milanese “Musica nei cortili”, si articola e sviluppa su due distinte sezioni musicali (Deciso e Lontano), la prima energica e perentoria mentre la seconda più lirica e distesa, dove un flebile canto sembra stagliarsi sulle ceneri della prima. Come brevi abbagli, percepiti e subito dissolti, i gesti di una e dell’altra sezione si fondono, si rincorrono in una sorta di danza del braccio e dell’arco del violoncellista fino alla dissoluzione finale e al pizzicato che, dopo le illusioni e gli abbagli, riporta alla realtà.

In Preludio, Fantasia e Capriccio di Luca Colardo, scritto nel 2022 e in prima esecuzione assoluta, ritorna sia il topos del pedale-bordone sia quello del lamento. Il preludio, dal carattere risoluto e dalla sonorità granitica, costruito su un insistente e reiterato pedale di do, contrappone gestualità nervose e meccaniche ad altre più malinconiche e dolenti, arrivando ad utilizzare la voce dell’esecutore come massimo gesto espressivo, quasi a voler superare il limite fisico dello strumento che è sempre mediatore tra la volontà espressiva e la sua realizzazione sonora. La fantasia invece, estremamente sospesa ed evanescente, funge da introduzione al capriccio che si apre e si sviluppa come un’improvvisazione sulle corde vuote in un andamento di arpeggi che si ampliano progressivamente in una vorticosa danza fino ad utilizzare tutta l’estensione e la sonorità possibile sullo strumento.

 

Luca Colardo